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Valerio Giorgetta, Paolo Portone, Montagne stregate. La lunga caccia alle streghe nell’antica diocesi di Como (XV-XVIII secolo), Roma, WriteUp Books, 2024, pp. 597, di Marco Beghin, socio SISR

Risulta davvero difficile presentare un volume di questo calibro, un po’ perché esso risplende di luce propria, un po’ perché renderà splendente un’oscurità talmente buia da rendere il nostro argomentare quasi vanamente ottimista. Invece, chi scrive, garantisce che il viaggio che ha compiuto attraverso questo libro, lo ha profondamente colpito e i suoi significati ancora essere metabolizzati e lasciati decantare, come il buon vino. Sinestesie a parte, entriamo subito nella res. Il Monte Ceneri, nei pressi di Como, fa da sfondo a riti tremendi e a punizioni altrettanto sanguinose, quasi come se il termine “Ceneri” evocasse già sventura. V’è una strega, rea e confessa, Tamara, vi è una condanna a morte. Il volume caratterizza con cura gli avvenimenti di cui tratta, sia da un punto di vista storico, che, per così dire, da un punto di vista sociologico, non soltanto grazie al riferimento alla controriforma cattolica, ma anche grazie al fatto che gli autori non rinunciano a una capacità narrativa che rende l’opera molto più che un semplice studio scientifico, configurandola come un vero e proprio percorso conoscitivo. La caccia alle streghe in Lombardia, come spiegano gli autori a pagina 41, non è da intendersi come la lotta a un fenomeno eretico di carattere “intermittente”, quanto la lotta a un’eresia “sistematica”, con un preciso radicamento storico-culturale. Tanto è vero che, ci informano gli autori, la fama degli inquisitori comaschi finì anche nel Malleus maleficarum. Prima di procedere con una più ampia dissertazione dei contenuti del libro, lasciamo subito spazio a una ulteriore ragione di fascinazione: se pensiamo al panorama “streghe” nel mondo italico, ci viene in mente immediatamente il meridione. Si pensi per esempio alle Masciare di Bari e provincia. Questo mirabile volume, invece, si occupa di qualcosa di molto più controintuitivo, e cioè della variante di questo tema nel settentrione. Leggasi a tal proposito nel primo capitolo a pagina 64:

La genesi e la lunga durata della caccia nelle vallate alpine si pone più che mai al centro dell’attenzione degli studiosi come caso di studio degli effetti della moderna civilizzazione in aree di forte attrito culturale, dove è possibile misurare la particolare violenza e intensità delle dinamiche acculturative poste in essere dai rappresentanti delle moderne istituzioni secolari e religiose, di cui il fenomeno persecutorio costituisce uno, se non il principale, vettore della trasformazione sociale all’interno dei una medesima cornice culturale, dominata dal pensiero magico religioso.

Ciò che manca alla coscienza comune, oppure, se si predilige, all’inconscio collettivo, è che ci possa essere – come effettivamente ci fu – un fenomeno sistemico concernente la stregoneria nei luoghi summenzionati e non solo un epifenomeno. A riprova di quanto affermato, tra le numerose fonti storiche dettagliate che predispongono il lettore ad un’agevole comprensione, vi è un passaggio che vorremmo riportare sito nel terzo capitolo dell’opera, che spiega ancor meglio ciò di cui in essa si prende in esame. La situazione politica, segnata dalla Guerra dei Trent’anni, si intreccia drammaticamente con la situazione religiosa, segnata dalle divisioni apportate dal Protestantesimo. In questo spazio fatto di: «contrasti religiosi e politici» spinsero la Chiesa ad avere un atteggiamento autoritario nei confronti delle comunità rurali che definiremmo oggi “non allineate” con l’ortodossia della fede Cattolica. Ciò, sostengono molto efficacemente i due autori, è prova della consistenza del fenomeno della stregoneria in questi territori. A questo punto, va effettuato un riferimento puntuale alla situazione che il Vescovado di Como, di cui si parla nel terzo capitolo del libro, si è trovato a dover affrontare.

Gli autori fanno notare come le tensioni tra codesta istituzione e le tre Leghe, che noi in questa sede definiamo “non troppo cattoliche”, che avevano già avuto dei rapporti controversi con le istituzioni ecclesiastiche, si siano intensificate agli albori del XVII secolo. Le Leghe passano al protestantesimo. Ben distanti dunque dall’idea di religione che aveva il celeberrimo Filippo II di Spagna nel secolo appena precedente. Oltre alle lotte politiche, su cui non ci soffermeremo, il clima descritto non poteva che favorire una caccia alle streghe, benché vi siano, come dicono gli autori, scarsi riferimenti espliciti a persone o sette adoranti il Demonio. Tuttavia, l’opera ci dimostra che la preoccupazione del clero era fondata, dacché anche Gerardo Landriani, nei suoi rapporti eresiologici della metà del secolo XV o nelle sue verifiche, mantenne forti dubbi sul fatto che non vi sia una “certa sistematicità” nell’eresia dei valligiani o delle valligiane. Eppure, sia presso l’inquisizione sia presso streghe o stregoni, reali o presunti, vi è un velo di mistero. L’opera lo fa ben notare a pagina 98, in cui si legge, con molto stupore che:

anche i gesuiti impegnati in prima linea nella riconquista delle terre alte, e interessati ad amplificare alcune reali criticità, al fine di legittimare il loro impegno nella rievangelizzazione delle valli, coerentemente con il modello letterario e lo schema mentale della “terra di missione”, non sembrano prestare molta attenzione a questo aspetto dei costumi religiosi dei “valligiani/indiani”.

Il risultato di questa situazione, come mostrano gli autori, non poteva che portare a quello che noi oggi chiameremmo “conflitto di competenza”, e le autorità preposte a gestire la questione comasca non sempre sono in grado di

agire con quella che, da un punto di vista cattolico, potremmo definire “risolutezza” o con una linea chiara, dacché l’intransigenza nei confronti delle streghe era una specie di standard, ma l’applicazione della legge era segnata da molteplici fattori, che il libro analizza e offre come collazione anche attraverso il caso di Giacomina Zanoli, detta “la Volpe”, o, mutatis mutandis, di Dominica detta “la Cagialla”, a cui facciamo riferimento senza svelare in anticipo le vicende processuali e l’inquisizione travagliata che subirono. La caccia alle streghe, di fatto, vi fu.

Proprio in questa parte del libro, in cui vengono menzionati atti processuali, oltre ad avere le prove fattuali della summenzionata sistematicità della presenza di streghe nei territori valligiani, si ricavano analogie con altri fenomeni eretici più noti e altrettanto sistematici, come l’eresia bogomila o quella manichea. Del resto, Ireneo di Lione definisce lo gnosticismo come la più terribile e pericolosa delle eresie. E non si pensi che questo tipo di accuse riguardassero solamente persone comuni, anzi, l’opera riporta con puntualità, nel V capitolo, il processo a cui dovette sottostare la celebre Caterina De Medici, che fu chiamata a sbrogliare una matassa difficilissima, quella tra ugonotti e cattolici nella Francia delle guerre di religione. Ovviamente, benché vi siano prove, come il testo anonimo Errores gazariorum, del XV secolo, che attestino l’esistenza di un movimento adoratore di Satana, e che stabiliscano che tale movimento non sia stato soltanto appannaggio di donne, la tendenza a «femminilizzare» questi culti era un tipico ostacolo su cui ci si doveva imbattere per conoscere esattamente i contorni di questo tipo di fenomeni. Pierre Marmoris, nel 1462, con il libro Flagellum Malleficarum ha polarizzato la magia sotto l’egida satanista rendendola diabolica direttamente e indistintamente. Accanto al costituirsi dell’immagine sovrapposta della “magia-satanista”, di lì a poco, ci sarebbe stato anche il passaggio dalla figura di fattucchiera a quella più addentro al culto del Demonio, cioè alla figura della “strega diabolica”, benché con il termine «strega» si designasse originariamente anche una guaritrice, e non soltanto una donna degnata dal Male. Per questo motivo, i due autori fanno riferimento ad altri miti, quello della lamia, o quello di Medusa, donne, pertanto, serpentiformi, fascinose e pericolose allo stesso tempo.

Sopratutto per attraverso l’attività inquisitoria nel comasco, il volume fa emergere anche i suoi albori, risalenti alla fine del 1300, ciò per rafforzare il concetto di organicità del fenomeno, a scapito di una presunta sporadicità. La stregoneria valligiana viene dunque definitivamente e “scientificamente” confermata come una prassi consolidata con numerose variazioni sul tema. Il passaggio dal concetto di gioco, o comunque il rimarcare il ruolo che l’aspetto ludico ha avuto in queste vicende complesse di identificazione delle streghe, rende la lettura delle configurazioni storiche contenute nell’opera assai accattivante. Si tratta di un matriarcato oscuro, dagli echi quasi quasi cretesi, non privo di fascino. Come già riferito, il passaggio dal ludus al diabolico è abbastanza conseguente. Ciò anche in virtù del fatto che la fede, cristiana o meno, spesso non tollera che si possa avere un atteggiamento diverso da un’osservanza pedissequa dei suoi dogmi.

Chi gioca con l’irrazionale, sia esso esoterico o mistico, non può che essere considerato eretico. E questo è da una parte fisiologico, dall’altra abbastanza traumatico. Giustamente, l’opera si riferisce anche al lavoro di Ioan Petru Culianu per identificare la forma mentis degli inquisitori, fornendo in tal modo un ulteriore punto di vista al lettore. Il gioco e soprattuto le sue signore, non abbisognano, riportano gli autori, di alcuna particolare fora di partecipazione. Effettivamente, anche l’etimologia del termine Domina, rimanda a qualcosa di domestico, e dunque di diffuso, per l’appunto di non “episodico”. La varietà delle caratteristiche delle figure mitologiche quali Cibele, rende la stregoneria un prisma avente molte facce, tutte trattate scientemente dall’opera e pregevoli da apprendere. Possiamo ipotizzare che l’aspetto macabro della stregoneria sia effettivamente esistito, come anche però quello “esoterico” e neutrale rispetto al bene o al male. Con tutta probabilità, alcune “streghe”, tra cui Sibillia, erano non immorali o morali, ma amorali. Tale pare essere anche l’irriducibile forza del femmineo. Appare pertinente a tale forza il fatto che ci sia stato un avvicendamento così complesso circa il modo e le figure storiche che hanno trattato o hanno dovuto aver a che fare con la stregoneria valligiana. Oltre alle – purtroppo tristemente note – pratiche di violenza e tortura, vi furono anche casi di esorcismo, in cui si narra che lo schiavizzato fosse più il demone che la donna che lo ospitava, come gli autori raccontano. Ciò attesta quantomeno un fondo di verità alla chiave ermeneutica qui proposta. Non si tratta, come suggerito dal noto adagio, di tremare perché le streghe sono tornate, quanto piuttosto di prendere atto che ci sono sempre state, buone o cattive, e sempre ci saranno, con tutto il loro fascino e l’inesauribile mistero che recano presso di sé.

Così, l’opera schiude a un viaggio che il lettore può intraprendere dentro un mondo ignoto o meno noto di quanto ci si aspetti, i riferimenti storici tracciano le coordinate di una rotta che conduce in territori in cui lo spirito umano è esortato a varcare l’esiziale soglia che separa la curiosità dal pericolo e il pericolo dal mistero.

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